Piccolo Mondo a Cervia

Dal 30 ottobre al 6 novembre l’associazione di volontariato Piccolo Mondo Onlus ha attuato una missione umanitaria in Bielorussia, Paese col quale collabora fin dal 1996. La Bielorussia è un territorio di grandi contraddizioni: il visitatore entrando a Minsk, la capitale, è colpito favorevolmente dalla illuminazione notturna dei palazzi, dalla magnificenza di parecchie costruzioni e alberghi (tutti con casinò e ragazze bellissime in cerca di soldi, o forse anche di un sogno di fuga verso l’Italia), dalla potenza “fisica” delle sculture e dei monumenti con fiamme perpetue, dalle sedi universitarie e dalla gran quantità di college…E poi il teatro Bolshoi, copia identica del celeberrimo di Mosca, dalle scenografie sontuose, e coi ballerini di una bravura rigorosa; la biblioteca di cristallo, il palazzo del ghiaccio, ecc., Ma nella stessa città, ormai assurta a metropoli europea, che aspira anzi ad entrare nel novero dei Paesi UE, insieme a situazioni di normalità di vita, studio, lavoro, convivono anche una gran quantità di affollati condomini popolari dagli ingressi sgangherati eppure protetti da combinazioni numeriche; appartamenti senza pavimentazione dai quali provengono poveri odori di zuppa di cavolo verza e rapa rossa. Un camera e cucina è una risorsa che mette insieme persone spesso non legate da vincoli d’affetto, ma da stato di bisogno. Non c’è sala da pranzo, né tantomeno camera da letto, in tante case bielorusse: gli occupanti dormono a rotazione, a seconda dei ritmi lavorativi, su divani o giacigli di fortuna, e il rito, tutto italiano, del ritrovarsi all’ora dei pasti è un valore sconosciuto. Disseminate tra quegli alveari-dormitorio, tante casupole di legno: poco più che catapecchie col tetto in lamiera, o peggio, in eternit, che una ghirlanda a incorniciare le finestre e una mano di vernice colorata d’azzurro o di giallo rende fiabesche, solo all’apparenza. E poi ci sono i villaggi, a grande distanza dei capoluoghi di regione, immersi tra i boschi di betulle, dove si vive del poco, peraltro contaminato dalle radiazioni di Chernobyl, che producono la terra e il sofferto lavoro d’aratro tirato dagli asini. Due pesci tenuti per le branchie, qualche fungo, trecce d’aglio, qualche uovo dal guscio bianchissimo e fiori, tanti fiori, sono offerti in vendita da poveri nonnini lungo il ciglio delle strade agli occasionali automobilisti.
In questo panorama, gli “internat”, le scuole-orfanotrofio istituite dallo Stato, che rappresentano casa, famiglia, istruzione, affetti…per centinaia di bambini e ragazzi in stato d’abbandono.
Non c’è cittadina, non c’è villaggio, non c’è capoluogo che non abbia i suoi internat, e i suoi “detsky dom” (case del bambino), edifici di grande capienza (una media di 100 ospiti almeno) dove crescono gli orfani sociali: ovvero bambini non tutti realmente orfani, ma sottratti alla potestà genitoriale perché vittime di incuria, incapacità educativa, trascuratezza, alcolismo, fino a motivazioni più gravi di violenza.
In un contesto di anaffettività e svilimento dei valori parentali si è mossa la missione umanitaria di Piccolo Mondo denominata “Non di solo pane”. Abbiamo cioè voluto portare, come già fatto l’anno scorso coi dottori clown, un aiuto non tanto e non solo economico, ma allo spirito, alla psiche, all’autostima di quei bambini. Erano con me, che sono presidente e fondatrice dal 1996 di Piccolo Mondo, due art terapiste della BMC Italian School di Cesena, Roberta Riminucci e Marilena Gorini e l’attore-animatore di pupazzi Mirko Alvisi. A far da interprete un ex bambino di internat che oggi vive felicemente in Italia. Gli italiani sono accolti con gioia e rispetto. Non manca, in segno di omaggio per l’ospite, il rito dell’offerta del pane e del sale, o una buona tazza di tè tenuto in caldo nel samovar. I romagnoli in particolare sono i preferiti: non c’è bambino e non c’è adulto che non conosca “Romagna mia”, non solo come canzone popolare, ma per il suo significato più struggente, quello della nostalgia per la casa e la mamma lontana. Là dove mamma e casa sono intese da tanti ragazzini come quelle trovate presso le famiglie italiane che li accolgono per le vacanze. Sono 30mila le famiglie italiane che ogni anno (e come la nostra due volte l’anno) che danno ospitalità temporanea ai “ragazzi di Chernobyl”. Sono 400mila i giovanissimi bielorussi che dal 1994 ad oggi sono stati accolti da famiglie di varie regioni e sono 600mila i bielorussi che parlano italiano, la seconda lingua più parlata nel Paese. Siamo stati a Babruisk e ci siamo persi negli sguardi azzurri di quei bellissimi piccoli da pochi mesi a tre anni e un senso di struggimento ci prendeva il cuore. Cosa può spingere un padre o una madre a non curarsi di bimbi così belli, desiderosi di un bacio, una carezza, una fiaba, un gesto d’amore?. Non c’è una mamma che li culli, e loro si autocullano, sbattendo ossessivamente il capo fino a che, sfiniti, s’addormentano. Sindrome d’abbandono, la chiamano. Siamo stati in istituti con ragazzi abbandonati per le loro patologie: nanismo, difetti uditivi, autismo, sindrome di down, malformazioni genetiche. Ma anche rifiutati senza un vero perché. E abbiamo pure visto come alcune vecchie scuole vengano riadattate a case d’accoglienza per ragazze madri, perché è frequente il fenomeno dei “ritorni”: la ragazzina uscita dall’orfanotrofio dove ha compiuto gli studi dell’obbligo, affidata a se stessa, resta vittima di gravidanze precoci e torna con la sua creatura nel luogo in cui è cresciuta. E la storia si ripete. Abbiamo giocato, ritagliato, disegnato, colorato, cantato, abbracciato tanti corpicini e carezzato tante teste, anche quando avevano i pidocchi. Non molto è cambiato nel Paese, se non di facciata, rispetto a 14 anni fa, quando andai in Bielorussia per la prima volta. E sono ancora a chiedermi…Perché?

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